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QUANDO SI LAVORA CONTRO LA MORTE SI FA DI TUTTO

Racconti di vita vissuta durante la 2^ Guerra Mondiale da Morelli Dario, classe 1925

“Non mi piace ricordare quel tempo vissuto, mi domando come ho fatto a vivere e sopravvivere ad un
periodo cosi”
“Ero giovane, tutta la vita davanti, non potevo accettare quel destino”.
“Il viaggio in treno era cominciato dalla città di La Spezia, per me, come per numerosi altri miei coetanei e
compaesani, probabile direzione campi di concentramento in Germania.
I bombardamenti degli alleati, il convoglio che staziona in galleria nei pressi di Ventimiglia in attesa che
finiscano, per riprendere il viaggio, non un minuto da perdere: non mi ricordo neanche da dove sono sceso, se
dal finestrino a dalla porta di accesso alla carrozza. Nel buio della galleria, un nascondiglio, dietro un
ammasso di terra e di rottami, il controllo, inutile, delle guardie, per trovare possibili fuggitivi….., la partenza
del treno, senza di me, l’attesa, la paura ed infine la fuga in direzione opposta, verso la libertà, verso la
salvezza.
Dovevi essere scaltro e risoluto, ed agire per conto tuo. Il gruppo era pericoloso e non portava a nulla, troppe
discussioni sulle azioni da intraprendere. Per questo ho sempre agito da solo ed oggi sono qui, a 97 anni a
raccontare.
Ho cercato di portare con me altre persone, ma non se la sono sentita di rischiare. Qualcuno ce l’ha fatta
perché anni dopo ho saputo del loro ritorno, molti altri no. Chissà cosa mi sarebbe accaduto se fossi rimasto
su quel treno, forse un viaggio senza ritorno.
Ho vagato per tre giorni e mezzo sulle alture liguri facendo ritorno a casa, a Reusa. Mi sono nascosto agli
occhi di tutti, anche dei miei genitori, per scongiurare pericoli per me e per loro. Ho vissuto e dormito dentro
un albero, un castagno, per due mesi e mezzo. Mia madre aveva saputo di me, del mio ritorno, del mio
nascondiglio, della mia presenza. Mi portava con dignitosa discrezione il cibo ogni giorno e lo lasciava sempre
in luoghi differenti, mai nello stesso posto.
Ma le minacce a mio padre da parte dei partigiani che lo avrebbero portato via al mio posto, (servivano uomini
da reclutare contro il nemico), mi costrinsero a uscire fuori da quell’ameno ma indispensabile covo.
Oggi quell’albero non c’è più, ha lasciato il posto ad una strada che arrocca verso le antenne, sulle colline del
paese di Luscignano….. segno del doveroso passaggio alla modernità.
Quando il pericolo pareva cessato, mi sono finalmente ricongiunto ai miei cari. Un giorno, mentre stavamo
pranzando, venne un militare tedesco nella nostra casa. Io cercai di stare calmo anche se la paura ebbe il
sopravvento, su di me e sui miei. Ci chiese delle uova, che mia madre prontamente gli diede e se ne andò. Un
sollievo…….”
IL FUMO SALVA LA VITA
“Mi unii a degli amici che facevano parte di un gruppo di partigiani, nei pressi del paese di Mommio, ci
nascondevamo dentro un essiccatoio. Eravamo in sei o sette, non ricordo bene.
Le serate non finivano mai ed avevamo bisogno di fumare. Mi offrii io di scendere a cercarle, un compagno
venne con me.
Scendemmo verso Reusa a cercare del tabacco e delle sigarette, avevo un cugino che trafficava e forse
contrabbandava un po' di tutto, vabbe’…. Comprammo sigarette e tabacco, fui contento di averne trovate a
sufficienza per me e i miei compagni. Al ritorno, mentre salivamo a piedi per le alture in direzione Mommio,
di sera cominciò a piovere. Ci nascondemmo al riparo dalla pioggia e dai nemici, dentro una capanna che
fortunatamente trovammo per strada, e lì rimanemmo per tutta la notte.
Di mattino ci incamminammo verso il rifugio, ma in prossimità dello stesso sentimmo delle voci, tanta
confusione. Il fumo fuori dall’essiccatoio, la cenere del fuoco spento.
Non andammo oltre, ci nascondemmo ed aspettammo che tutto fosse passato, forse un paio d’ore. Quando
arrivammo nei pressi dell’essiccatoio, vedemmo i miei compagni morti, uccisi a sangue freddo dai fascisti che
probabilmente ebbero ricevuto una soffiata. Ci salvammo grazie alle sigarette!
Quanti amici, conoscenti, compaesani ho perduto, di quante persone si sono perse le tracce durante quegli
orribili anni che le generazioni di oggi hanno avuto la fortuna di non conoscere perché nate dopo (se ci
pensiamo, sono trascorsi “solo” 76 anni da quando la guerra è finita). Esseri umani che uccidevano altri esseri
umani in nome o per conto di chi cercava di imporre il proprio dominio, figli che non hanno ricevuto una degna
sepoltura, in tanti casi i corpi venivano seppelliti dove si trovavano, una buca e via, quanto Militi Ignoti,
ahimè……
Erano tempi in cui non ti potevi fidare di nessuno e di nulla, non eri certo che ciò che facevi fosse giusto rispetto
ad altro, e viceversa. Non sapevi, a volte, come comportarti e il tuo pensiero era sempre pieno di dubbi per la
riuscita dell’azione che esso determinava, ma dovevi agire”.
GLI AMERICANI
“Il fronte si trovava nell’alta Garfagnana, comprendeva il Monte Pisanino. Mi decisi di passarlo, ero stanco di
fuggire. Mi incamminai verso Equi Terme e da lì salii su per le alture fino al fronte. Pagai per passare e discesi
verso Camaiore dove stazionai un paio di mesi, poi Viareggio; qui fui invitato ad avvicinarmi dal primo uomo
di colore che vidi in vita mia, un americano che masticava chewing-gum, non potrò mai dimenticarlo.
Da Viareggio partimmo verso Pescia e da lì con una squadra di una settantina di persone, fummo inviati in
provincia di Ravenna a lavorare, a sistemare le strade che quotidianamente venivano bombardate da ciò che
rimaneva dell’invasore tedesco, mentre il fronte Anglo-Americano avanzava. Ogni giorno un camion pieno di
prebende veniva sui luoghi di lavoro, vendeva cibo, sigarette, bevande, liquori, un po' di tutto, insomma. Poi
un colpo di mortaio lo fece saltare in aria, rimasi anche ferito ad una gamba da una scheggia che mi fu tolta
in un ospedale da campo. Era il Gennaio, forse Febbraio del 1945, da lì a poco la guerra sarebbe finita.
Le storie descritte sono solo una parte di ciò che riesco e voglio ricordare, il resto ho preferito dimenticare.
Ho vissuto una drammatica e dolorosa avventura che oggi non mi riesco ancora a spiegare, ma ero giovane
ed attaccato alla vita, l’agire di impulso mi ha salvato più e più volte, ho dovuto sopportare soprusi, abusi di
potere, prepotenze, ma ho sempre cercato di non piegarmi mai al volere altrui, pensando di testa mia,
sbagliando di testa mia, vivendo fino ad oggi di testa mia”.
Quante storie, quante situazioni si è portata via la Guerra, quanti mostri vivono ancora nei ricordi di chi l’ha
vissuta, quanti drammi e quanti lutti le generazioni di quel tempo hanno dovuto sopportare.
Le memorie storiche che i nostri cari possono ancora raccontare, siano un monito alle generazioni future a
non ricadere nell’oblio di conflitti di egemonia e di potere, atti solo a creare distruzioni e morti, e per chi è
rimasto solo tanto dolore e morte nel cuore.


Il documento è frutto della trascrizione dei racconti che il Sig. Morelli di Pieve San Lorenzo è riuscito a fornire, con non poche
difficoltà ed in più riprese, e può, oggettivamente, riportare delle imprecisioni storiche dovute all’affannoso
ricordo dei fatti accaduti. Ciò non toglie veridicità alle informazioni raccolte, che sono le stesse riproposte nel
tempo in cui la mente era anagraficamente più lucida.

 


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